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LA MONETA COME ARMA IMPROPRIA

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Dalla Cina all’India, dallo Yuan alla Rupia, le valute sono sempre più una dimostrazione di potenza. Il dollaro USA rimane incontrastato simbolo di forza ma la coabitazione e’ uscita dai casi di scuola

di Stefania Tucci

L’invasione russa dell’Ucraina ha messo in evidenza, qualora ce ne fosse stato bisogno, di come il mondo sia diventato di nuovo multipolare. Questa condizione di rivalità tra più potenze ha caratterizzato quasi tutta le storia dell’umanità, e nella sostanza non è mai finita. Nonostante le miopi analisi sulla “fine della storia” di pensatori americani, che credevano che la disintegrazione dell’Urss del 1991 avesse significato il passaggio a un mondo guidato dalla sola egemonia Usa, con le sue istituzioni del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale, della WTO e nel quale il Washington Consensus era da applicare sempre e comunque.

I protagonisti principali, ma non esclusivi, sono gli Stati Uniti e la Cina

Già con il voto alle Nazioni Unite – per altro istituzione superata perché non rispecchia più i “pesi specifici” degli Stati che hanno diritto di veto – sulle sanzioni da applicare alla Russia, 52 paesi, rappresentanti il 15% della popolazione globale, di fatto l’Occidente e i suoi alleati, hanno votato a favore, 12 paesi (alleati della Russia) hanno votato contro, ma ben 127 stati non hanno fatto alcuna scelta di campo.

Questo non allineamento è per certi versi differente da quello che emerse nel 1955 alla conferenza di Bandung in Indonesia, successivamente ripetuto a Belgrado nel 1961, in quanto i paesi che ne fanno parte oggi non sono più polarizzati tra Nord e Sud del mondo (alias paesi del primo e paesi del terzo mondo) ma sono potenze di medio potere, che adottano politiche pragmatiche e opportunistiche. Tutti insieme rappresentano, secondo il settimanale economico in lingua inglese “The Economist”, il 45% della popolazione del mondo e raggiungono il 18% del Pil.

Inoltre, tra questi paesi stanno nascendo e aumentando di ruolo una serie di organizzazioni sovranazionali, di cooperazione politica e commerciale, tra le quali i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che vorrebbero espandersi e includere anche, tra gli altri, Arabia Saudita e Iran; il “Clima Action Network” che include più di 130 paesi, tra i quali la Cina; il Gulf Cooperation Council – GCC – che associa Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti, che rappresenta più del 25% dell’export di petrolio al mondo.

Oltre a tante altre organizzazioni, tra le quali spicca certamente la SCO (Shangai Cooperation Organization) nella quale la Cina ha un ruolo importante e alla quale aderisce anche l’Arabia Saudita.

Le implicazioni di tutto ciò hanno un valore politico, su cui gli analisti di geopolitica occidentali stanno e dovranno continuare a riflettere, ma anche economico, con molte conseguenze da ponderare attentamente.

I tre elementi da analizzare strettamente connessi tra loro

  1. Gli scambi di beni e servizi tra i paesi (incluso il petrolio) fuori dal perimetro occidentale e dai suoi storici alleati sono in forte aumento, trainati dalla crescita cinese, quale volano per l’import e l’export.
  2. La disponibilità sempre maggiore dei paesi esportatori verso la Cina ad accettare yuan in pagamento, incluse le Monarchie del Golfo, non più prone come nel passato ai desideri di Washington.
  3. La crescita notevole delle riserve cinesi di oro, in quanto il gigante asiatico è il più grande acquirente del metallo prezioso oltre ad aver comprato in tutto il mondo diritti di estrazione.

I recenti incontri di Xi Ji Ping con alcuni altri leader mondiali sono stati spesso caratterizzati dalla disponibilità ad aprire linee di swap tra lo yuan e altre valute nazionali affinché possano essere regolate le transazioni commerciali senza passare per il dollaro. È accaduto con Putin (ed è quasi scontato viste le sanzioni occidenti alla Russia), con l’Arabia Saudita, con il Brasile di Lula (la Cina è il primo acquirente della soia prodotta dal gigante sud americano), oltre che con tanti altri paesi dell’Africa, del Sud Est Asiatico e del Sud America.

È un processo in corso da anni, in quanto con il ritorno di Hong Kong alla Cina, Pechino ha cominciato a utilizzare le possibilità offerte dalla piazza finanziaria occidentalizzata e sofisticata dell’ex colonia britannica per iniziare a sperimentare varie forme di “internazionalizzazione” dello yuan, ben consapevole che la forza della propria valuta è una componente essenziale dell’egemonia politica.

Il governo dell’ex Celeste Impero “guada il fiume tastando le pietre”, secondo gli insegnamenti di Deng Xiao Ping, e ha chiara la rotta per sfidare “l’exorbitant privilege” del biglietto verde, già visto come tale mezzo secolo fa dall’allora presidente francese Valery Giscard d’Estaing.

La crescita economica dell’India di Narendra Modi

Non è di secondaria importanza che anche nell’India di Narendra Modi la Banca centrale abbia approvato a marzo di quest’anno l’apertura con 18 paesi, inclusa Tanzania, Kenya and Uganda, di uno “Special Vostro Rupee Accounts (SVRAs)” per consentire il pagamento degli scambi commerciali tra loro in rupie come parte di un ampio disegno di de-dollarizzazione.

Del resto l’India, che è la più popolosa nazione al mondo, gode di una robusta crescita economica ed è guidata da un leader politico con una forte connotazione nazionalistica (il suo partito il si richiama al nazionalismo induista come elemento unificante del subcontinente indiano), il quale ha ben chiaro il valore politico del prestigio valutario.

Il “Nuovo Paradigma della Cooperazione Energetica”

Ritornando alla Cina, il presidente Xi Jing Ping nella storica visita nei paesi del Golfo ha parlato apertamente di un “nuovo paradigma della cooperazione energetica” confermando che il suo paese continuerà a incrementare l’acquisto di petrolio e gas liquefatto e di fare pieno uso dello “Shanghai Petrolium and National Gas Exchange” come piattaforma per regolare in yuan commercio dei prodotti energetici. Infatti dopo anni di test ed esperimenti (sempre secondo la logica di un passo alla volta ma seguendo la rotta tracciata), già nel 2018 lo Shanghai International Energy Exchange ha lanciato un contratto future sul petrolio in yuan. Questi contratti stanno diventando sempre più un benchmark nel mondo del trading di petrolio, ma l’elemento nuovo più importane è la diversa disponibilità delle Monarchie del Golfo ad accettare pagamenti in yuan.

In motivo di questo cambiamento è, in massima parte, dovuto alla condizione che la Cina ha esplicitamente ancorato il contratto future sul petrolio alla disponibilità a convertire lo yuan (derivante dal contratto) in oro ai Gold Exchanges di Shanghai e di Hong Kong.

Troviamo ancora un ruolo di mercato per l’ex colonia britannica ma sempre più affiancata, se non sostituita, da Shanghai come piazza finanziaria internazionale per la valuta cinese. Per rendere “liquido” questo mercato dei future, le due aziende energetiche cinesi, PetroChina e Sinopec – entrambe controllate dallo Stato – sono gli acquirenti di “ultima istanza” di qualsiasi quantità di petrolio immesso sul mercato, così se i produttori vogliono vendere in yuan c’è sempre il prezzo, e lo yuan è sempre convertibile in oro.

Questo meccanismo “mina” il sistema basato sui petroldollari, che sono stati un pilastro dell’architettura finanziaria internazionale sin dalla fine della vigenza degli accordi di Bretton Woods del nel 1971. Il motivo per il quale i Sauditi hanno deciso di “accettare in pagamento valute diverse dal dollaro” (dichiarazione del ministro saudita delle Finanze a Bloomberg di marzo 2023) può avere molteplici spiegazioni, tra le quali hanno un notevole peso la sfiducia creatasi verso Washington per il ritiro degli Usa dall’Afghanistan (lasciando il paese in mano ai Talebani, la faccia meno accettabile dell’Islam) e l’intesa nucleare voluto dall’ex presidente statunitense Barack Obama con l’Iran.

La Cina in veste diplomatica tra Arabia Saudita e Iran

E qui ritorna il ruolo della Cina, questa volta in veste diplomatica, che ha recentemente siglato lo storico accordo tra Arabia Saudita e Iran, con la riapertura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi mediorientali, espressioni delle due principali correnti dell’Islam.

Questa normalizzazione dei rapporti tra Riad e Teheran ha avuto, tra le altre conseguenze, la fine della guerra per procura in Yemen, che aveva provocato almeno 20mila morti e una catastrofe umanitaria. Per quanto le tragedie dei popoli non si possono mai paragonare o elencare secondo classifiche, è un dato di fatto, analizzando lo spazio occupato da questa catastrofe sui media americani ed europei, come l’Occidente sia stato poco attento a trovare una soluzione a questa immane carneficina rispetto all’attenzione e all’impegno offerti al conflitto tra Russia e Ucraina. Non mi sembra che leader europei o nord americani siano volati a S’ana a portare aiuti o solidarietà al popolo yemenita.

E’ evidente che la fine dell’egemonia del dollaro non sia imminente, anche perché questa valuta rappresenta il “soft power” degli Stati Uniti, ma quanto illustrato è motivo di riflessione anche perché dopo tanti anni il “petroyuan” ancorato all’oro significa pure un ritorno alla “convertibilità” fisica della moneta che può essere vista anche come un segno di ricerca di “fiducia” dopo gli eccessi di un’economia eccessivamente finanziarizzata, targata Stati Uniti ed Europa.