Home ORE12 Economia MOODY’S: PER L’ITALIA NON CAMBIA NIENTE PURTROPPO

MOODY’S: PER L’ITALIA NON CAMBIA NIENTE PURTROPPO

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Il rating non è cambiato, ma da prospettive negative l’ag. di rating ha decretato prospettive stabili. Sintetizzando, il rating è rimasto Baa3, l’Outlook è passato da negativo a stabile

di Luca Lippi

Di fatto, gli analisti dell’agenzia non hanno detto che abbiamo prospettive positive, semplicemente hanno sottolineato che non sono negative come si pensava non troppo tempo fa. Nella relazione che accompagna la mera valutazione come sopra, leggiamo che la crisi energetica dello scorso anno – motivo che aveva fatto tremare le finanze di molti stati, primo fra tutti l’Italia – è stata in parte scongiurata dalle favorevoli condizioni meteo – non ha fatto un freddo tale da aumentare i consumi per riscaldamento -, anche questo autunno si sta dimostrando molto caldo, quindi siamo più solidi?

Ovviamente, Moody’s non vuol dire che i nostri destini finanziari sono legati agli elementi atmosferici, ma che non avendo una autonomia energetica siamo legati a un filo molto sottile. Tuttavia, valutando il potenziamento delle forniture e riavviando le infrastrutture esistenti, il Belpaese si è rimesso su binari più sicuri per l’immediato futuro. In sintesi: una motivazione, la prima, un po’ tirata per i capelli, la seconda più tecnica e concreta con un sottinteso plauso all’azione dei Governo. Ovviamente non è stato scritto solamente del favore climatico; analizziamo con parole semplici la situazione.

Le agenzie di rating

Sono società private che elaborano valutazioni sul merito creditizio di nazioni o società. Non sono infallibili! Per esempio sulla valutazione del rischio di titoli che poi hanno portato alla crisi del 2007/2008/2009 e la crisi dei mutui subprime. Tuttavia, rimangono istituzioni finanziarie di riferimento per gli investitori che devono valutare quanto è rischioso posizionarsi su un titolo piuttosto che un altro.

Possiamo essere soddisfatti?

Oggi l’Italia paga uno spread di 176 punti base – 1,76% in più rispetto a quello che paga oggi la Germania sul suo debito pubblico – ma se andiamo a guardare gli spread dei famosi Paesi PIGS – Portogallo, Italia, Grecia e Spagna – che solo dieci anni fa erano la zavorra della UE, tutti hanno uno spread assai inferiore dell’Italia.

Tutti sono stati in grado di gestire il debito pubblico meglio dell’Italia? Purtroppo la risposta non può che essere mestamente affermativa. La Grecia ha dovuto subire una cura da cavallo con enormi sacrifici da parte degli ellenici per rientrare in parametri che oggi la vedono solidamente sopra all’Italia. Con minore clamore, il Portogallo dopo una seria rimodulazione dell’impianto fiscale e riforme economiche, agendo sull’indebitamento del settore privato e sul rafforzamento del settore bancario, hanno ridotto sensibilmente il deficit e messo al sicuro le finanze lusitane. L’Italia sul rafforzamento del settore bancario è a buon punto, ma di riforme economiche e fiscali siamo ancora alla stesura dei progetti.

Quali pericoli per l’Italia

Partiamo dall’assunto che il debito pubblico esiste – qualcuno ancora teorizza il contrario – e si scarica sui cittadini, quindi non possiamo sottovalutarne l’entità, e non possiamo neanche accontentarci che lo sottoscriva la BCE.

E se la BCE non comprasse più i nostri BTP? L’insostenibilità del debito pubblico italiano rimane nonostante i favori delle agenzie di rating! Insostenibilità, sottolinea la probabilità che il debito cresca ancora e questo scoraggia gli investitori internazionali. Il rapporto debito/PIL resta ancora sopra il 140% e senza interventi strutturali, questo rapporto è destinato a confermarsi fino alla fine del 2028. Dopo la pubblicazione del NADEF sono arrivate molte richieste dalle istituzioni a un maggiore contenimento del debito pubblico. Mal digerita è stata l’intenzione di fare più deficit, e il più deficit in un contesto dove già ci sono 2800 miliardi di debito pubblico, in una condizione in cui i tassi di interesse sono ai massimi degli ultimi vent’anni, porterebbe le casse dello stato a una spesa di 100 miliardi di euro di soli interessi fino al Cento miliardi che non possono essere spesi per altre cose. Fin quando il debito pubblico resterà insostenibile non potrà esserci il miglioramento del welfare italiano. Come ha dichiarato il ministro Giorgetti, il timore più grande non è il giudizio della UE, ma quello dei Mercati.

Bisogna rientrare nelle regole del patto di stabilità

Il prossimo anno si torna al meccanismo pre pandemia, e bisogna rientrare nelle regole del patto di stabilità. Fare questo impone di tagliare immediatamente tutti i bonus se non strettamente necessari, dare maggiore efficienza alla macchina statale, reperire risorse a pronti da impiegare per ridurre il ricorso a emissioni di nuovo debito a costi troppo elevati. Mettersi in testa che è inutile sbraitare per gli scarsi
investimenti nel welfare, quei soldi sono finiti nelle tasche di “elettori improduttivi” – oltre 31 miliardi in quattro anni -, sommati alla follia del superbonus che sottrae circa otto miliardi di entrate – il costo delle compensazioni – al Fisco fino al 2027 (senza calcolare l’impennata dei costi fuori mercato dei materiali per l’edilizia). Queste risorse sono a carico di tutti i contribuenti e zavorrano un’intera legislatura (sembra anche fatto apposta!). Questo è il grosso pericolo per l’Italia.