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FIBRE LASER, PER L’IPERTROFIA PROSTATICA

Il professor Gianluigi Patelli

Una patologia debilitante e molto diffusa nella popolazione maschile sopra i 50 anni

Di Danilo Quinto

Gianluigi Patelli, laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Radiologia all’Università Statale di Milano, dal 1992 al 2010 ha prestato servizio presso l’IRCCS Fondazione Istituto Nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Milano. In questo periodo, il Dott. Patelli ha acquisito esperienze ed autonomia nell’utilizzo delle modalità radiologiche di imaging oncologico tradizionali e tecnologicamente più avanzate, tra le quali la TAC, l’ecografia anche con mezzi di contrasto eco-amplificatori, o a diagnostica ecocolordoppler vascolare-parenchimale e l’integrazione con CT/PET. Le attività clinico-diagnostiche ed interventistiche hanno riguardato sia le fasi di diagnosi e stadiazione delle neoplasie, con l’utilizzo delle più moderne modalità bioptiche, sia le fasi pre-procedurali strettamente intervenzionali, peri-procedurali, post-procedurali ed il follow up oncologico. Direttore della UOC di Radiologia presso la Asst Bergamo est. E’ specialista nella tecnica dell’ablazione interstiziale con il con laser dell’ipertrofia prostatica benigna. Tra i sintomi  più fastidiosi ci sono la difficoltà a iniziare la minzione e l’incompleto svuotamento della vescica

Dottore, può descrivere com’è nato il suo progetto?

Questa tecnica è nata dall’utilizzo, ormai decennale, di questa stessa modalità di trattamento nei noduli tiroidei benigni, il cui padre è stato il prof. Pacella, che era radiologo primario ad Albano Laziale: l’autorità più importante al mondo nell’utilizzo di questa tecnica. L’ha introdotta in campo oncologico, sul fegato, io ho avuto la fortuna d’incontrarlo e da quest’incontro è nata una collaborazione. M’insegnò ad utilizzare la tecnica nei noduli tiroidei ed in seguito abbiamo avuto insieme l’idea di utilizzare il laser sull’ipertrofia prostatica benigna. Lui non ebbe la possibilità di metterla in atto. Io mi sono trovato in un momento storico nel quale nel mio ospedale sono nate le condizioni per utilizzare queste modalità di trattamento ed abbiamo fatto insieme un protocollo e varato questo progetto.

Il professor Claudio Pacella

In che cosa consiste?

Si svolge in una modalità mini-invasiva, in anestesia locale o con blocco anestetico, anche in regime di day-hospital. Attraverso una guida ecografica, che viene ottenuta da una sonda endo-rettale, si vede da vicinissimo la prostata. In condizioni di sterilità, come in sala operatoria, a paziente sveglio, però, s’inseriscono nella prostata, attraverso il perineo – lo spazio delimitato anteriormente dalla regione scrotale e posteriormente dalla regione anale – uno-due aghi-guida per lato del diametro di 0,7 mm., all’interno dei quali si mettono delle fibre laser. Sono dello spessore di 0,3 mm. Si utilizzano gli aghi-guida perché le fibre sono molto sottili e morbide per essere inserite nella prostata hanno bisogno di un ago-guida. Le fibre vengono opportunamente disposte a distanza adeguata e di sicurezza dall’uretra e dal pavimento vescicale. Viene eseguita l’illuminazione, perché il laser è luce che crea calore e determina una necrosi del tessuto prostatico, che poi nel tempo regredisce, restringendosi, con una sorta di cicatrice. Quindi, l’effetto finale è che la prostata diminuisce la sua dimensione, di conseguenza diminuisce la compressione sull’uretra e sul pavimento vescicale. Regredisce l’ipertrofia prostatica benigna, il tessuto ghiandolare viene sostituito da tessuto cicatriziale e la riduzione della prostata permette al paziente di tornare ad una condizione di migliore capacità minzionale in termini di getto, di capacità ritentiva, di efficacia. Prima della procedura, viene inserito nell’uretra un catatere vescicale, che viene mantenuto per un periodo che varia – a seconda del paziente, della dimensione della prostata, della gravita della sindrome ostruttiva – da pochi giorni a due settimane.

Quali sono i pazienti che possono essere trattati con questa metodica?

Sono quelli che non possono essere sottoposti, per ragioni di rischio legato all’anestesia o di co-morbidità, ai trattamenti tradizionali. Quindi, soprattutto pazienti anziani o con catetere vescicale in sede.

Dopo il trattamento, il paziente cosa deve fare?

Il paziente, tolto il catetere, piano piano riprende la propria attività minzionale e da lì fino a circa 6 mesi ha un miglioramento, che poi va mantenuto nel tempo. I farmaci o vengono sospesi o ridotti a seconda della condizione di partenza.  

Da quanto tempo e dove viene sviluppata questa procedura?

Da 5-6 anni. E’ stata sviluppata in diverse parti del mondo ed anche in Italia, in diversi ospedali, anche sedi universitarie. Il trattamento si sta cominciando ad estendere anche a pazienti meno anziani e meno compromessi. E’ evidente che sono necessari tutta una serie di studi di confronto, al fine di capire e valutare se questa modalità di trattamento può essere inserita nelle Linee-guida. Diverse associazioni, come la Società americana di Urologia, si stanno orientando a considerare questo tipo di procedura. Diversi urologi italiani la prendono in considerazione. Ovviamente, è una procedura ancora giovane, che va valutata nel tempo.

Questa procedura può essere adoperata per tutti i volumi della prostata?

Come tutte le procedure, anche questa ha dei limiti. Questa procedura viene utilizzata su prostate anche grandi, oltre i 100 millilitri. In base alla dimensione ed alla forma si decide quante fibre utilizzare e qual è l’entità dell’ablazione. Di certo, è necessario – questo è fondamentale – che il trattamento sia eseguito in collaborazione con i colleghi urologi.

Il trattamento produce contro-indicazioni? Per esempio, incontinenza?

Nella casistica, a mia conoscenza, l’incontinenza non è stata mai evidenziata, perché le fibre – come viene fatto per la tiroide, per il fegato, per il rene – vengono poste a distanza di sicurezza e questo non produce danni alle strutture nervose. Anzi, il vantaggio è che si opera all’interno della prostata.

Questo trattamento nei confronti di quanti pazienti è stato eseguito in questi anni?

E’ difficile dirlo. So che in Cina e in particolare negli Stati Uniti, si sta sviluppando in maniera significativa. Ritengo che siamo nell’ordine di qualche migliaio di pazienti. Io ho trattato circa 180 pazienti. E’ un dato da incrementare e bisogna creare una rete di cooperazione tra le varie equipe che sviluppano questa procedura, al fine di apportare ulteriori miglioramenti. Senz’altro non è una procedura standard, ma è una procedura promettente, che va ancora studiata nel tempo.