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LEZIONE “TOERICA” DI MARIO DRAGHI A BRUXELLES

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L’UE ha incaricato Mario Draghi di redigere un rapporto sulla competitività dell’Unione Europea. Senza analizzare tutti i passaggi del discorso di Draghi ma solo le parti che riassumono concetti rilevanti. La versione integrale si può trovare senza alcuna difficoltà in rete

di Luca Lippi

L’apertura del rapporto sottolinea che l’Europa si è troppo concentrata sulla competitività tra gli Stati

Per molto tempo la competitività è stata una questione controversa per l’Europa –

Dopodiché, l’ex presidente del Consiglio chiarisce meglio il concetto. Nella sostanza parla di un’incoerenza concettuale all’interno dell’UE, ponendo l’attenzione sulla competitività fra aziende e non fra Stati. La competitività è sana per la crescita, ma l’Europa avrebbe (secondo Draghi) sbagliato mira. Infatti chiarisce meglio più avanti, probabilmente riferendosi al periodo successivo alla crisi dei debiti sovrani

una politica fiscale pro-ciclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale

L’affermazione segue il biasimo di aver abbandonato con superficialità il concetto della produttività, la conseguenza è stata una riduzione della crescita salariale. Questo, nei fatti, è vero perché tante aziende europee hanno delocalizzato la produzione verso l’Est, con l’intento di abbassare i costi di produzione. Ma è altrettanto vero che l’Europa occidentale non ha mai messo a terra politiche volte all’innovazione tecnologica o più in generale delle varie filiere del valore. Draghi scuote gli uditori proprio partendo da questo assunto per poi proseguire

non abbiamo guardato abbastanza verso l’esterno –

ribadendo che si è creato uno scontro all’interno dell’Unione, quando la partita vera si stava giocando tra i grandi “Big Player” all’esterno. È piuttosto ovvio che il sott’inteso è l’esigenza di una maggiore integrazione e coesione tra tutti i Paesi dell’area per evitare di dovere subire le scelte di altri Paesi.

Infatti prosegue sottolineando “il fare” degli altri Paesi verso la passività della UE

Nella migliore delle ipotesi, queste politiche sono progettate per reindirizzare gli investimenti verso le loro economie a scapito delle nostre; e, nel peggiore dei casi, sono progettati per renderci permanentemente dipendenti da loro –

Si percepisce un ceffone a tutte quelle politiche “ideologiche” eco green che pretendono un’adesione immediata e incondizionata, senza tenere in considerazione le fasi e il territorio (non siamo tutti uguali).  

Prosegue citando gli Stati Uniti

Gli Stati Uniti, da parte loro, stanno utilizzando una politica industriale su larga scala per attrarre capacità manifatturiere nazionali di alto valore all’interno dei propri confini – compresa quella delle aziende europee – mentre utilizzano il protezionismo per escludere i concorrenti e dispiegano il proprio potere geopolitico per riorientare e proteggere catene di approvvigionamento – proseguendo sul confronto – Non abbiamo mai avuto un ‘accordo industriale’ equivalente a livello Ue, anche se la Commissione ha fatto tutto ciò che era in suo potere per colmare questa lacuna

In realtà, l’Ue ha fatto qualcosa di molto simile, sarebbe il PNRR. Purtroppo i progetti previsti dal Piano necessitano di capacità tecniche finalizzati all’attuazione, allo stato dell’arte diversi Pesi dell’Eurozona non possiedono queste capacità, fatalmente uno di questi è proprio l’Italia. Un esempio per tutti: se cinque anni di espansione fiscale non hanno prodotto risultati (le innumerevoli modifiche al codice degli appalti del tutto inutili), presumibilmente altri cinque anni di espansione replicheranno lo stesso risultato!

Su questo, Draghi individua delle criticità specifiche

Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina, anche per la difesa, e abbiamo solo quattro attori tecnologici europei globali tra i primi 50 a livello mondiale. Manca una strategia su come proteggere le nostre industrie tradizionali da un terreno di gioco globale ineguale causato da asimmetrie nelle normative, nei sussidi e nelle politiche commerciali

In sostanza individua una debolezza figlia di una dimensione imprenditoriale molto piccola, soprattutto in riferimento alle start-up. Per chiarire meglio: si creano delle Start-up (noi siamo molto bravi a fare ricerca, quindi non manchiamo di idee), per sviluppare il progetto c’è necessità di finanziarli e quindi si comincia la caccia al finanziatore (privato o pubblico non fa differenza). I finanziamenti sono, generalmente, concessi a stato avanzamento. Mano a mano che si raggiungono step intermedi di sviluppo, stabiliti tra sviluppatori e finanziatori, cresce la quota di finanziamento. Il problema dov’è? Nella burocrazia che rallenta inesorabilmente il complicato processo di finanziamento e rifinanziamento delle start-up. Draghi chiede di allentare il processo burocratico; però c’è da considerare che la deregolamentazione può alterare il concetto di “debito buono”. Il debito buono è quel debito che produce utili assai maggiori rispetto agli interessi da pagare sulla quota capitale richiesta. Il problema emerge nel momento in cui la politica deve decidere e valutare i vari progetti. Deregolamentare potrebbe causare, è già successo col superbonus, finanziamenti a pioggia e nessuna attenzione alla destinazione dei finanziamenti. In questo modo, il “concetto” di debito buono diventerebbe lo scivolo per politiche finalizzate al gradimento elettorale e trasformarsi, inevitabilmente, in debito cattivo sulle spalle delle generazioni future.

Sulla questione delle norme che regolano i sussidi e le politiche commerciali nella Ue, Draghi si esprime come segue:

 esempio calzante è rappresentato dalle industrie ad alta intensità energetica. In altre regioni, queste industrie non solo devono far fronte a costi energetici più bassi, ma devono anche far fronte a un minore onere normativo e, in alcuni casi, ricevono massicci sussidi che minacciano direttamente la capacità delle aziende europee di competere. Senza azioni politiche strategicamente progettate e coordinate, è logico che alcune delle nostre industrie ridurranno la capacità produttiva o si trasferiranno al di fuori dell’Ue.

All’estero sussidiano molto l’industria e seppure questo avviene in Europa il problema risiede nel deficit produttivo sottostante. In pratica, sussidiare due realtà con una forza produttiva diversa (non parliamo di capacità produttiva) non risolve la potenzialità di quella meno performante. Il trasferimento all’estero di molte industrie europee diventa anche la condizione necessaria e sufficiente a liberare tutta la potenzialità che possono esprimere. Un esempio per rimanere in Italia, così è più facile comprendere anche le parole dell’ex presidente del Consiglio: se volessimo sviluppare l’industria turistica portandola al primo posto in Italia e in Europa (le potenzialità sono elevatissime) come si può pretenderlo se paghiamo sette euro e cinquanta l’ora i camerieri o gli addetti alla ricezione? Non si svilupperà mai un’industria senza una manodopera qualificata o, più in generale, senza manodopera, giacché non si trova personale che va a lavorare dove guadagna di più (comprensibilmente).

Il discorso, poi, vira sull’agenda climatica. Draghi rimarcando la validità delle iniziative intraprese dalla Commissione sul tema

Ma in un mondo in cui i nostri rivali controllano molte delle risorse di cui abbiamo bisogno, tale agenda deve essere combinata con un piano per proteggere la nostra catena di approvvigionamento, dai minerali critici alle batterie fino alle infrastrutture di ricarica…Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti; un sistema di difesa integrato e adeguato basato sull’Ue; manifattura nazionale nei settori più innovativi e in rapida crescita; e una posizione di leadership nel deep-tech e nel digitale-

In realtà, la filiera del fotovoltaico e delle rinnovabili in generale è difficilmente indipendente, in questo Draghi pecca di superficialità; al netto dell’idroelettrico, tutto il resto è in mano di privati.

 – Sono necessarie azioni immediate nei settori con la maggiore esposizione alle sfide verdi, digitali e di sicurezza

Sulle “azioni immediate” sorgono dubbi piuttosto banali. Draghi non può pensare che una democrazia sia veloce! Le dittature sono veloci, le democrazie raggiungono risultati sicuramente più duraturi e performanti ma nel lungo periodo, quindi non si comprende cosa intenda l’ex banchiere con “azioni immediate”.

Letta la prima parte che è una classica introduzione, poi sorge spontaneo chiedersi come sia possibile raggiungere tutto questo. Nella seconda parte del suo discorso si legge:

Il primo filo conduttore è consentire la scalabilità –

Per scalabilità, sembra dalle righe che seguono, intende sia in termini di dirigismo sia in termini di integrazione.

 –  I nostri principali concorrenti stanno approfittando del fatto di essere economie di dimensioni continentali per generare scala, aumentare gli investimenti e conquistare quote di mercato

 “Generare scala” significa diminuire i costi medi di produzione in relazione alla crescita della dimensione degli impianti. La critica alla capacità di generare scala da parte dell’Europa sembra rivolgersi particolarmente al settore della Difesa. Tanto è vero che Draghi prosegue

– Nel settore della difesa, ad esempio, la mancanza di scala sta ostacolando lo sviluppo della capacità industriale europea, un problema riconosciuto nella recente strategia europea per l’industria della difesa. I primi cinque operatori negli Stati Uniti rappresentano l’80 per cento del suo mercato più ampio, mentre in Europa ne costituiscono il 45 per cento. Questa differenza deriva in gran parte dal fatto che la spesa per la difesa dell’Ue è frammentata -.

Su questo aspetto, non sulla spesa per la Difesa, l’idea di “frammentazione” non deve essere sempre letta negativamente. Se è vero che l’80 per cento di una produzione è concentrata su quattro/cinque players all’interno di una sola area, è anche vero che un tale “monopolio” tende a saturare il mercato a danno dell’innovazione. Forse Draghi è stato troppo generico, non ha avuto abbastanza tempo per schiudere il concetto. Sta di fatto che così “sintetizzato” porta a fraintendimenti.

Il secondo filone riguarda i beni pubblici. Più nello specifico, il mercato energetico:

Le reti energetiche, e in particolare le interconnessioni, ne sono un esempio. Si tratta di un chiaro bene pubblico, poiché un mercato energetico integrato ridurrebbe i costi energetici per le nostre aziende e ci renderebbe più resilienti di fronte alle crisi future – un obiettivo che la Commissione sta perseguendo nel contesto di REPowerEu. Ma le interconnessioni richiedono decisioni sulla pianificazione, sul finanziamento, sull’approvvigionamento di materiali e sulla governance che sono difficili da coordinare – e quindi non saremo in grado di costruire una vera Unione dell’energia se non raggiungiamo un approccio comune.

Su questo non si può che concordare. Emerge l’esigenza di ridurre i costi energetici per le aziende europee e posizionare l’eurozona a livello internazionale non come singoli stati ma come Europa. Il problema, però, diventa politico! Dovendo nominare un commissario europeo per trattare contratti di fornitura e di cooperazione, tutti i Paesi dell’Unione devono necessariamente cedere sovranità. Questo comprensibilmente non è solo un ostacolo, ma un muro culturale che nella più parte dei paesi del Vecchio Continente è invalicabile!

Conclusioni

In conclusione, da un punto di vista puramente sentimentale, la maggior parte delle persone può interpretare il discorso di Draghi come un mirabile esempio di “ampie vedute”, foriero di banali aperture su scenari futuribili. Nella sostanza ci sono molte lacune sul “come” e a “quale prezzo” si dovrebbero attuare le proposte contenute nel discorso. Al netto di tutto questo, è utile tenere presente che traspare un eccesso di dirigismo (regolamentare troppo i settori industriali e le filiere è sempre un danno se non è fatto da imprenditori esperti ma dalla politica) e un eccesso di verticalizzazione che porta un settore a non essere snello nell’adattamento all’innovazione. (La verticalizzazione, in campo economico, è quel processo che un’impresa compie quando acquisisce, o con nuove installazioni di impianti o direttamente acquistando altre imprese, le funzioni precedentemente svolte a monte e a valle della filiera produttiva).  

Il discorso sembra una candidatura alla presidenza in Europa, tuttavia ci sono troppe divagazioni e altrettanti “sospetti” atti di fede all’Ue. La vecchia Europa avrà una classe politica indebolita dalla inconsistenza ideologica delle nuove generazioni, ma la tradizione culturale radicata e forgiata su secoli di difesa delle sovranità fa traballare il trono europeo al pari di quello del Quirinale nel gennaio 2022.