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LA POLITICA ITALIANA, PERENNEMENTE COMMISSARIATA

NON ESISTE NELLA UNIONE EUROPEA UN PAESE CHE, COME IL NOSTRO, ABBIA DOVUTO RICORRERE TANTO FREQUENTEMENTE A UOMINI PROVENIENTI DA UNA ISTITUZIONE TERZA QUALE BANKITALIA

di Ercole Incalza

Ho cercato in modo capillare in altri Paesi della Unione europea la presenza, all’interno dei Governi e all’interno del corpo istituzionale, di soggetti provenienti dalle rispettive Banche centrali ee ho riscontrato che nel caso italiano, in più occasioni, abbiamo assistito ad un obbligo quasi naturale per diventare ministro dell’Economia e delle Finanze, per diventare presidente del Consiglio dei ministri e, addirittura, per diventare presidente della Repubblica: provenire da una esperienza interna al massimo livello della Banca Italia.

In 73 anni di Repubblica si sono succeduti due presidenti della Repubblica (Luigi Einaudi, Carlo Azeglio Ciampi), tre presidenti del Consiglio (Lamberto Dini, Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi) e, almeno per quelli che ricordo, cinque  ministri dell’Economia: Luigi Einaudi, Guido Carli, Tommaso Padoa Schioppa, Fabrizio Saccomanni, Daniele Franco. La esperienza all’interno della Banca d’Italia è stata una sorta di viatico, addirittura una condizione quasi obbligata per governare il Paese.

Eppure la nostra è una Repubblica parlamentare, cioè è quella forma di Governo in cui la rappresentazione è affidata, attraverso elezioni politiche, al Parlamento, in quanto tale; un Parlamento che elegge, con modalità differenti, sia il Governo che il presidente della Repubblica. Ero in realtà convinto di essere all’interno di un sistema basato sulla democrazia rappresentativa. Infatti l’Italia è un esempio di Repubblica parlamentare. Per la Corte costituzionale, “in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività” (sentenza n. 35 del 2017).

La Forma di Governo parlamentare quindi si caratterizza per l’esistenza di un rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento. Dalla maggioranza politica formatasi in Parlamento si forma il Governo, espressione del partito politico – o della coalizione – che ha vinto le elezioni.

Devo essere sincero ma la presenza così rilevante di tecnici nella gestione della cosa pubblica mi ha creato dei problemi soprattutto nell’approccio al concetto di “democrazia”. Tra gli antichi greci, la cui lingua ha dato origine alla parola, Platone ne parla approfonditamente nel suo trattato “La Repubblica”, nonché nel suo dialogo (“Politico”), dandone per altro un giudizio fortemente negativo: per lui il governo di una nazione dovrebbe essere tenuto dai filosofi, i massimi intellettuali dell’epoca, in una sorta di tecnocrazia. Anche Aristotele esplora approfonditamente il concetto nel suo trattato (“Politica”) e anche lui la giudica una forma di stato non opportuna, che facilmente si trasforma in tirannide (libri III e IV), benché diverso sia, rispetto a Platone, lo stato ideale proposto. Potrei continuare a dissertare sul significato di democrazia ma ritengo utile ribadire in modo sintetico quelle definizioni più chiare e condivise:

– la democrazia è la forma di governo dove la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, generalmente identificato come l’insieme dei cittadini che ricorrono a strumenti di consultazione popolare;

– la democrazia include coloro che sono eletti e il popolo, quindi tutti e due hanno diritti politici in quanto sono “demos”; i primi in quanto parte del popolo e il secondo perché include il soggetto della parola democrazia.

Allora se il Parlamento è sovrano e se le scelte sia del presidente della Repubblica, sia del presidente del Consiglio e della intera compagine di Governo, tra cui anche il ministro della Economia e delle Finanze, sono determinanti nella gestione della cosa pubblica, mi chiedo: con la nomina di tecnici provenienti dalla Banca d’Italia non si è incrinato, e non si incrina, il tessuto democratico del nostro Paese?  E forse c’è da chiedersi se tutto ciò non produca un ridimensionamento o, addirittura, la crisi della dimensione e della capacità politica. Cioè questo ricorso a riferimenti tecnici, questo ricorso a provenienze sistematiche dalla Banca d’Italia per garantire la gestione della cosa pubblica, impone, quanto meno, un chiarimento. Diventa obbligato, a mio avviso, dare risposte a questi interrogativi:

– il ricorso a tali tecnici di alto livello è motivato dalla necessità di disporre di una eccellenza capace di superare emergenze gravi del Paese?

– il ricorso a queste eccellenze è motivato dalla assenza, all’interno del Parlamento, di figure e di personalità capaci di garantire la corretta gestione della cosa pubblica?

– il ricorso, ormai quasi sistematico, a tecnici denuncia una obbligata esigenza di rilettura dei poteri del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio e del Parlamento?

– la presenza di un tecnico alla presidenza della Repubblica o alla presidente del Consiglio non mette in crisi la tipica dialettica tra legislativo ed esecutivo?

Sono interrogativi a cui non solo non sono in grado di rispondere perché del tutto incompetente ma proprio per questo penso sia necessario che il Parlamento apra con la massima urgenza un attento e responsabile approfondimento e lo faccia anche presto perché dopo la folle azione portata avanti dal Movimento 5 Stelle con la riduzione del numero di parlamentari, senza contestualmente assicurare un nuovo strumento di legge elettorale, rischiamo di dare vita a un Parlamento poco rappresentativo, privo di adeguati filtri nelle procedure di accesso alla carica, privo di adeguate garanzie nella scelta democratica del presidente della Repubblica; in questo ultimo caso ricordo che i grandi elettori (le rappresentanze regionali) prima rappresentavano solo il 5% dei voti, oggi, con la riforma del Parlamento tale incidenza si attesta quasi al 10%.

Sono solo constatazioni che non mettono in dubbio la validità e la essenzialità di ricorrere a figure preparate e portatrici di esperienze utilissime per la crescita del Paese, sono però constatazioni che devono necessariamente prendere atto di una forte crisi nella “rappresentatività”, di una forte crisi nel rapporto tra elettore ed eletto.